25/10/2018
Orazioni cerimonia di premiazione per l'assegnazione del premio Paraloup - Nuto Revelli a Carlo Smuraglia
Salone d'onore del Municipio di Cuneo
  • Per rivivere quello che è stato un importante ed emozionante momento per la nostra Fondazione e per tutti i partecipanti, pubblichiamo le orazioni di Corrado Stajano, Carlo Smuraglia e Marco Revelli. 

     

    Orazione Corrado Stajano

    Ringrazio per l'invito a presentare Carlo Smuraglia, uomo della libertà. Un onore per me. E mi sembra un segno del destino che il premio Paraloup-Nuto Revelli gli venga dato in un momento grave della Repubblica in cui è riaffiorata una pericolosa destra xenofoba, razzista, fascistoide, in un clima di democrazia illiberale come dice Romano Prodi in un'intervista sul "Corriere della Sera" di oggi.

       La Resistenza alla quale si ispira il premio fu dignità e coraggio. Cuneo, subito dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, ebbe in sorte di essere una piccola culla del movimento partigiano. La banda Italia libera, la prima formazione resistenziale, nacque e partì da qui, 12 uomini quasi senz'armi, privi di vettovagliamenti, ricchi soltanto della fede che nasceva dal profondo dell'anima : l'impegno di fare quel che si doveva dopo il disastro del fascismo e della guerra. La meta di quei 12, dopo Madonna del Colletto, fu proprio Paraloup.

       Carlo Smuraglia, giurista e politico. Nel '43 aveva vent'anni, studente di giurisprudenza alla Scuola Normale di Pisa. Nel suo piccolo recente libro, "Con la costituzione nel cuore", racconta le inquietudini, le discussioni coi compagni di allora dopo l'armistizio. Che fare? Cita l'appello agli studenti dell'Università di Padova che fece prima di darsi alla macchia, il rettore, il famoso latinista Concetto Marchesi, antifascista da sempre: "Una generazione di uomini ha distrutto la vostra giovinezza e la vostra patria. Traditi dalla frode, dalla violenza, dall'ignavia, dalla servilità criminosa, voi, insieme con la gioventù operaia e contadina, dovete rifare la storia dell'Italia. Per la fede che vi illumina, per lo sdegno che vi accende, non lasciate che l'oppressore disponga della vostra vita, fate risorgere i vostri battaglioni, liberate l'Italia dalla schiavitù e dall'ignominia, aggiungete al labaro della vostra Università la gloria di una nuova più grande decorazione in questa battaglia suprema per la giustizia e per la pace nel mondo".

       Smuraglia lasciò Pisa, partigiano in montagna e poi soldato nel Corpo italiano di liberazione, nella rinata Divisione Cremona, tra i liberatori di Venezia.

       Avvocato, difese poi i partigiani negli anni della guerra fredda e gli operai chiusi nei reparti confino delle fabbriche. La coerenza sembra che oggi non sia più una virtù. Prevale l'ignoranza  della grammatica, della sintassi, del linguaggio, oltre che della cultura e dell'economia dei nostri governanti.

       Smuraglia è stato ed è rimasto per tutta la vita fedele ai principi di libertà, di uguaglianza, di giustizia. Professore ordinario di Diritto del lavoro - e non doveva esser facile diventarlo per un comunista negli anni '50 quando i fascisti, brigatisti neri, torturatori, erano tornati con gli stessi galloni persino nella caserma di via Asti a Torino: lo denunziò Emilio Lussu al Senato il 29 ottobre 1949. Vent'anni dopo, al tempo della strage di piazza Fontana, a Milano, fu avvocato di Licia Pinelli, la moglie dell'anarchico entrato vivo e uscito morto dalla Questura. Vinse il processo per la diossina di Seveso; fu, nel 1978, con Alberto Dall'Ora e Marcello Gallo, commissario d'accusa, eletto dal Parlamento, nel processo alla Lockheed davanti alla Corte Costituzionale, contro i ministri Gui e Tanassi. Nel Consiglio Superiore della Magistratura, dal 1986 al 1990, avrebbe potuto diventare vicepresidente, ma il presidente della Repubblica Cossiga, violando la consuetudine secondo la quale il Capo dello Stato non vota per la nomina del vicepresidente, invece votò, proprio contro di lui, spaventato da un presidente di fatto dell'organo costituzionale, pericolosamente democratico. Nel CSM, Smuraglia fu tra coloro, messi in minoranza, che votarono per Giovanni Falcone a capo dell'Ufficio istruzione di Palermo. Una decisione rovinosa per quel pool siciliano che aveva istruito il maxiprocesso del 1986 e che da allora cessò di esistere.

       In Senato poi dove Smuraglia fu per più legislature. Per sette anni presidente della Commissione lavoro, fece quel che poteva per la tutela dei diritti. Non rinunciò mai a battersi.

       Non è un estremista. È un realista, piuttosto, sempre alla ricerca di una soluzione decente, preoccupato delle conseguenze di quel che sta facendo. È anche umanamente attento, rigoroso, "Non si può difendere bene un imputato - è solito dire - se non si è convinti delle sue ragioni". "Non si può vendere la coscienza per una parcella".

       Tutti gli accusati di un reato, di un delitto hanno diritto a un difensore, si sa. Ma Smuraglia non ha mai assistito un mafioso, un corrotto. Ha sempre scelto di essere parte civile, tutore delle vittime.

       La Costituzione, poi, il suo faro, davvero la stella polare della Repubblica, un vangelo, per lui laico. Ed è stato criticato due anni fa quando l'Anpi, di cui era presidente, si schierò per il no in quell'inutile gioco di potere del referendum costituzionale. La politicizzazione dell'Associazione dei partigiani, era l'accusa. È giusto far politica, replicava, se una riforma "tocca la libertà di voto e la sovranità popolare". Furono importante per il rigetto della riforma la campagna dell' Anpi e la parola di Smuraglia. In un incontro televisivo, rigido ma sereno, fece sembrare Matteo Renzi uno scolaro balbettante e impreparato.

       Non si dà mai pace, Smuraglia. Da sempre ha cercato di migliorare la vita politica e sociale del nostro Paese. Non ha mai perso la speranza di mutare le cose, non si è mai arreso.

       Nuto Revelli, poi. Un altro grande amico e maestro. Come sono importanti i suoi libri in quest'Italia che rifiuta la memoria, una saga medievale, quasi, che riallaccia le pagine di ogni opera in un unico scritto: la guerra fonte di ogni male, la ritirata di Russia, i reduci, quelli che non sono tornati, il mondo dei vinti, i contadini, l'anello forte delle donne e anche il nemico, forse il libro più bello, "Il disperso di Marburg".

       Mi sia concesso un ricordo personale. Decenni fa, con Ermanno Olmi - un altro grande amico che ricordo con rimpianto - lavorai a Cuneo a un documentario per la Rai dal titolo "Nascita di una formazione partigiana", quei dodici della prima banda. (A notte alta, talvolta, va ancora in onda alla TV).

       Con una zingaresca troupe, mogli e bambini, fummo qui per alcuni mesi. Ci alzavamo presto, poi alle cinque della sera Olmi e io andavamo a trovare Nuto - l'avevo conosciuto anni prima a Castellar di Boves - che ci accoglieva nel suo studio e non si stancava ogni volta di parlare, ci mostrava i ruolini dei partigiani, era il nostro capo di stato maggiore. Ci spiegava l'arte della guerra per bande, ci parlava di Paraloup, delle valli Gesso e Stura, del ponte di Vernante, delle donne della montagna povera che aiutavano i partigiani nel nome dei figli morti o dispersi in Russia. E anche dell'8 settembre, una data ossessiva per lui: diceva che poteva sempre ripetersi nel nostro fragile paese. Un altro dei suoi temi era il ricordo dei compagni morti mai dimenticati, i migliori, diceva. A una parete dello studio era appiccicata  la fotografia di tre partigiani che andavano alla fucilazione, a Dogliani, a testa alta, coi militi fascisti che li seguivano, i mitra imbracciati, l'elmetto bianco, più agitati di loro. Una scena risorgimentale. E poi un'altra fotografia. Ferruccio Parri, proprio come lo rappresentò, ineguagliabile, Carlo Levi in quel suo grande libro "L'orologio": "impastato della materia impalpabile del ricordo, costruito col pallido colore dei morti, con la spettrale sostanza dei morti, con la dolente immagine dei giovani morti, dei fucilati, degli impiccati, dei torturati, con le lacrime e i freddi sudori dei feriti, dei rantolanti, degli angosciati, nelle città e sulle montagne".

       Non so se Carlo Smuraglia abbia conosciuto il suo quasi coetaneo Nuto Revelli. Ma questo premio ha anche il merito di legare i loro nomi e le loro storie, diverse ma uguali, simbolo di un'Italia migliore.

      

     

     

    Orazione Carlo Smuraglia

    Un ringraziamento sincero per il premio che mi avete consegnato e per le parole splendide che mi avete dedicato.

    Un premio fa sempre piacere, anche se l’impegno di una vita non è certo accompagnato dalla speranza di avere un qualsiasi riconoscimento.

    Certo, se questo arriva spontaneamente non può che fare un grande piacere. Piacere che, nel mio caso, raddoppia perché il premio proviene dalla Fondazione Nuto Revelli, un ente di cultura generale e di cultura politico - economica che apprezzo moltissimo, non solo per le sue iniziative, ma anche per il nome che lo contraddistingue ed a cui ispira la propria azione.

    Nuto Revelli è stato, per molti della mia generazione, un maestro e un esempio, sia per le sue vicende personali, sia per i libri che ha scritto e che, letti ognuno a suo tempo, sono rimasti indimenticabili, incidendo profondamente sulle nostre riflessioni, sui nostri orientamenti e convincimenti, spesso in modo determinante.

    E ciò vale sia per gli scritti che si ricollegavano anche a mie esperienze personali, sia per quelli che aprivano orizzonti sulla cultura contadina, sulle donne come anello forte della vita nelle campagne, sulla guerra dei poveri, che è poi guerra sul fronte russo ( e ritorno ) e guerra partigiana, ed infine sulla storia di un uomo libero.

    Parlo dei suoi libri, perché sono la cosa più tangibile ma mi richiamo all’insegnamento della sua vita, da uomo veramente libero, coinvolto in una guerra spaventosa, e nelle drammatiche vicende ad essa collegate, e successivamente nella grande esperienza compiuta nella guerra partigiana. Infatti, dopo la dolorosa esperienza in Russia e sulla via del ritorno, Nuto Revelli ha svolto un intensa attività partigiana in Giustizia e Libertà, a Paraloup e in varie zone di quel lato del Piemonte, dapprima come qualificato gregario e poi al comando della V zona partigiana, sempre del Piemonte. Un’esperienza fondamentale per la sua vita e per la nostra memoria.

    Tutto questo ( la natura della Fondazione e il richiamo all’opera ed alla vita di uno degli uomini più importanti del periodo della guerra e del dopoguerra), basterebbe- come ho detto- a giustificare una soddisfazione enorme per un premio così autorevole.

    Ma poi, c’è la motivazione, bellissima e lusinghiera, assai di più di quanto un uomo impegnato e coerente per tutta la vita possa sperare. Sono parole, quelle della motivazione, che colgono alcuni aspetti della mia vita, che io considero – per me – fondamentali, anche perché rispecchiano i valori che ho cercato di trasmettere ai miei figli, ma anche ai tanti con i quali sono venuto a contatto nel corso delle mie molte esperienze.

    Ho ispirato la mia vita ad un forte senso della libertà, da quando scelsi la via della montagna, a quando mi arruolai nel rinato esercito italiano, con l’Ottava Armata, a tutte le scelte che ho fatto nella mia esperienza professionale, e politica. Accanto alla libertà, ho sempre posto la coerenza; e davvero oggi che sono così avanti negli anni, sono orgoglioso di poter sfidare chiunque a trovare un momento, una situazione, in cui mi sia collocato dalla parte, per così dire, “sbagliata”.

    Non ho mai perso l’ottimismo della volontà, convinto come sono che alla fine molto dipende da quanto siamo disposti ad impegnarci, realizzando una reale partecipazione, che è poi il vero sale della democrazia e il vero senso della sovranità popolare, così come è scritta nella nostra Costituzione.

    Stajano scrive che non rinuncio e non mi arrendo mai. Ed è davvero così, perché so che il destino è, in gran parte, nelle nostre mani e sta a noi operare anche nei periodi più duri, per il trionfo dei valori in cui crediamo. Viviamo, oggi, in tempi difficili anche perché la lunga crisi non è ancora finita e troppo diffuse sono la disoccupazione e la povertà. Ma io penso che sia ancora più preoccupante il contesto generale, anche sul piano politico e culturale. Credo che siamo davvero, per dirla con Stajano, in  una patria “ smarrita “, per il trionfo di troppi disvalori, per l’incompetenza e la diffusa ignoranza malamente nascosta dietro la semplificazione dei moderni mezzi di comunicazione. Per me, che vorrei che la Costituzione fosse nel cuore di ogni cittadino, è un dolore autentico vedere la considerazione in cui essa viene tenuta, anche ad alti livelli così come i tentativi numerosi che ci sono stati negli anni di stravolgerla o più semplicemente di non darle attuazione.

    Non mi arrendo, ma mi preoccupa questa deriva ( peraltro non limitata solo al nostro Paese), che ci riconduce, con la mente, a tempi ormai lontani, in cui segnali di un pericolo concreto esistevano ma venivano ignorati. La storia,- si dice -, non si ripete, ma dovrebbe insegnarci qualcosa, quanto meno per renderci immuni da rischi che qualsiasi persona democratica non può accettare. Certo, constatare un simile stato di cose, può indurre alla rassegnazione o all’indifferenza; posizioni che vanno tutte combattute, senza concessioni. Sta a noi e alle tante persone di buona volontà, così come alle Fondazioni come la vostra, ispirarsi alla memoria e da essa trarre indicazioni per il futuro; sta a noi ricordare a tutti che le Costituzioni- diceva Calamandrei- se valide ed utili nei tempi normali, diventano straordinariamente importanti, nei momenti difficili, quando il tessuto sociale si sfalda, aumentano le disuguaglianze e troppi tendono a ritirarsi nel silenzio e nell’indifferenza. E’ allora che bisogna tornare a farsi sentire, pur sapendo che è difficile anche solo farsi capire, ma la nostra voce non può scomparire, così come non può svanire nel nulla quel patrimonio di cultura politica, civile ed umana che ci ha lasciato Revelli, come non potrebbe restare isolata e silente la Fondazione che a lui, alle sue esperienze, alle sue riflessioni, ai suoi insegnamenti, si ispira.

    E’ con questo spirito, con questa speranza e questo impegno che ricevo con gioia e gratitudine il premio che mi avete assegnato, traendo dalle vostre parole e dal ricordo di Nuto Revelli un motivo ancora più forte per portare avanti, fino al termine dei miei giorni, un impegno che ha avuto inizio nel settembre del ’43, è rimasto vivo per tutta la vita ed è tuttora presente nella mia volontà e nel mio cuore.

    Un impegno che deve rivolgersi soprattutto ai giovani, di cui spesso ingiustamente ci lamentiamo, ma verso i quali abbiamo un debito enorme, quello che non siamo stati capaci di consegnar loro un mondo basato su affidamenti, speranze e sicurezze davvero concrete.

    Coinvolgiamoli invece, nella lotta contro l’ignoranza, la mancanza di civismo, l’assenza di partecipazione e convinciamoli che da una situazione mondiale carica di guerre e di odio, si esce solo attraverso una sincera e profonda aspirazione e un totale impegno alla libertà, all’uguaglianza, alla solidarietà, a valori, cioè, che rendano la vita veramente degna di essere vissuta.

     

    Orazione Marco Revelli

    Ringrazio Carlo Smuraglia per le sue parole, che chiamano all’impegno e alla Resistenza come ha sempre fatto per tutta la sua vita. E ringrazio Corrado Stajano per la sua presentazione, perché questi due interventi si completano tra di loro, tracciano il profilo di figure che sono indispensabili per la nostra dignità collettiva di Paese, per poterci continuare a riconoscere in questo Paese.

    Smuraglia richiamava due parole importanti nella sua conclusione: la libertà, la solidarietà che si saldano nell’impegno, nella capacità di restare uomini, di "restare umani". Questo è un altro elemento che si riconosce con chiarezza come un filo unico nei due interventi, nei valori che noi cerchiamo di mantenere in piedi, l’umanità. La Resistenza è stata una grande lotta per l’umanità in un tempo, allora, di disumanizzazione radicale in cui si aveva di fronte un nemico che come dice Primo Levi aveva saputo fare all’uomo quello che l’uomo nella sua ferocia è in grado di fare,  perdendo la propria natura umana.

    Credo che noi oggi ci troviamo di nuovo in un momento drammatico dal punto di vista della difesa di "fondamenti di umanità" nella nostra vita collettiva; siamo entrati in un piano inclinato in cui la stiamo perdendo quell’umanità. Siamo di nuovo di fronte a un diffondersi della disumanizzazione che è l’indifferenza nei confronti dell’altro, che è l’ostilità nei confronti dell’altro, che è la determinazione a voltare la faccia di fronte alla sofferenza, alla morte, alla tortura dell’altro.

    E’ un contesto di degrado economico e sociale che viene da lontano. Il nostro Paese rischia davvero di perdere quello che è stato un patrimonio fondamentale che era stato conquistato dai nostri partigiani. L’aveva scritto in modo splendido Claudio Pavone nel suo "Saggio storico sulla morale della Resistenza": era stata, la Resistenza, una lotta per la vita contro coloro che erano fautori della morte, contro una cultura di morte. Tracce di cultura di morte le vediamo intorno a noi da parte di chi augura la morte agli altri, negli atti di chi respinge gli altri verso la morte, nei confronti di chi ritorna a praticare la violenza nei confronti dell’altro.

    È di pochi giorni fa un’aggressione sanguinosa, violenta da parte di teppisti di Casa Pound nei confronti di un gruppo di antifascisti che ritornavano da una manifestazione contro il Decreto sicurezza del nostro Ministro degli Interni. È di questi giorni quel gesto giuridicamente atroce a mio avviso che è l’arresto e l’applicazione di misure cautelari nei confronti di un sindaco umano che è Mimmo Lucano. Affiora quella perversione del diritto che è il "delitto di solidarietà". Ci sono già dei condannati per delitto di solidarietà. La Francia della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo ha introdotto questo reato osceno nella sua definizione giuridica. Cédric Herrou della val Roja a pochi chilometri da noi è stato incriminato e condannato "per solidarietà" perché ha aiutato alcuni disperati ad attraversare un confine che veniva considerato peggio di un confine bellico nell’Europa dell’abolizione dei confini. Una nostra concittadina cuneese a Nizza è stata condannata per "delitto di solidarietà".

    Ecco devo dire che io sono vissuto nel riferimento assoluto nei confronti di persone che hanno messo a repentaglio se stessi per salvare. Penso a Don Viale, il prete giusto, che per salvare gli ebrei in fuga da Saint Martin Vésubie nelle nostre vallate ha rischiato la pelle propria e quella dei propri parrocchiani che si erano dedicati a salvare; nei confronti di figure dopo la Resistenza come Danilo Dolci; lo ricordiamo tutti il processo a Danilo Dolci che aveva violato la legge, l’aveva violata per umanità, aveva portato un gruppo di poveri in miseria di Partinico a lavorare su una strada pubblica per battersi per il diritto al lavoro. Fu incarcerato Danilo Dolci. Si levò un avvocato che aveva le proprie radici nella cultura della Resistenza, Piero Calamandrei, splendida la sua figura. Ecco io a queste figure continuo a pensare nel momento in cui si celebra in Italia questo osceno trattamento nei confronti di una persona che per aiutare forse ha fatto qualche illecito amministrativo per umanità, per restare umano. Io farei lo stesso, se fossi capace di fare carte false per salvare un migrante a rischio di espulsione verso un Paese in cui si muore farei carte false, come negli anni Quaranta hanno fatto in tanti per aiutare gli ebrei perseguitati. I tempi sono ancora quelli.

    E quando penso a un "Giusto",  penso alla vita di Carlo Smuraglia, all’insegna della giustizia perché Smuraglia è un uomo di legge, è un uomo di giustizia che ha vissuto all’insegna della lotta per la giustizia, che non può essere scissa dall’umanità. Tutte le sue battaglie sono state battaglie di umanità e di giustizia. Quando penso a lui trovo un riferimento, tutti noi credo lo troviamo: siamo qui oggi proprio per questo. E il premio vuole testimoniarlo.

     

    Foto di Giovanna Borgese

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